Dove il pendio cambia inclinazione, dove è più visibile e meno soggetto alle spinte delle nevi sulle pendici della montagna, il bivacco si appoggia delicatamente al suolo, guardando ai sentieri che lo raggiungono, costituendone punto di riferimento orientativo, presenza sicura, meta desiderata. Esternamente il volume è compatto, a una sola falda orientata parallela al terreno e rivolta a valle in modo da permettere alla neve di scivolare verso il basso e avere un lato rivolto al sole su cui alloggiare i pannelli solari.

Il volume, compatto e regolare, come la storia delle edificazioni in questo tipo di contesto suggerisce di fare, segue il suolo in sezione e si sviluppa come un prisma inclinato che si appoggia su piccoli elementi in calcestruzzo prefabbricati che, come spine infisse nella roccia, lo mantengono sollevato e, dolcemente ma quasi drammaticamente, proteso verso il pendio come fosse un’architettura di Carlo Mollino. Si configura come un guscio nero, altero, astratto nella sua materialità, evidente e riconoscibile sia d’estate sia d’inverno.

Il volume ha al suo interno una sorta di cavità che si manifesta all’esterno con due aperture e che attraversa in sezione l’intero manufatto: la forma di questa cavità è quella archetipica della capanna col suo potere evocativo e la sua appartenenza al patrimonio memoriale collettivo dell’abitare. All’esterno così affiora in negativo, come scavata, l’apparizione dell’archetipo della capanna: da lontano appare dunque come una presenza enigmatica, attraente, indecifrabile ma allo stesso tempo accogliente, semplice, immediata.

L’interno del bivacco è costruito intorno a questa forma evocativa: il profilo a capanna costituisce uno spazio centrale vuoto e nello spazio tra la sagoma prismatica esterna e la forma archetipica centrale si sviluppa un intervallo denso che alloggia i dodici giacigli. Nello scarto tra le due forme quindi trova spazio la funzione primaria del bivacco, quella di dare l’ospitalità notturna ad alpinisti ed escursionisti mentre, nello spazio delimitato dalla forma a capanna, vi è un luogo di ritrovo, illuminato dalla luce naturale, protratto verso il paesaggio, raccolto intorno ad un tavolo.

Lo sviluppo in sezione segue, come già accennato, il pendio sia per quanto riguarda la copertura sia per quanto riguarda il profilo inferiore: la differenza di quota tra il lato a monte e quello a valle permette di alloggiare più giacigli (dodici) senza aumentare eccessivamente il volume che per motivi di economicità, trasporto e dispersione energetica, deve essere il più contenuto possibile.

Tale profilo ha permesso di risolvere uno dei problemi principali dei bivacchi in alta quota: l’accesso invernale. La neve infatti tende a coprire le parti più basse di un bivacco (se non interamente, e a questo è dovuta anche la forma e l’orientamento della falda che punta ad emergere per il più lungo periodo possibile dell’anno) rendendone difficile l’accesso: per questo è stato predisposto un accesso invernale ad una quota più alta, con una scala che permette di accedervi con livelli di neve differenti, in modo da rendere più semplice e più sicura la fruizione del bivacco.

La struttura è costituita da una serie di portali in x-lam che, ad un passo regolare e sagomati seguendo la forma esterna del rifugio e la sagome della cavità interna, costituiscono delle centine su cui è fissato l’involucro esterno e i letti in legno che collaborano anch’essi strutturalmente. In questo modo la forma del bivacco è diretta espressione dei suoi elementi strutturali e persino i letti fanno parte della struttura, permettendo un uso attento di ogni elemento della costruzioni usando con attenzione risorse e materiali come un’edificazione nelle estreme terre alte dovrebbe saper fare. L’unico materiale strutturale è quindi il legno, usato in pannelli o in elementi lineari.

Tale materiale ritorna anche, sotto forma di altri lavorati, in tutti gli elementi dell’involucro, eccezion fatta per lo strato più esterno. Insieme alla canapa, usata per la coibentazione, il legno rende pertanto il manufatto per gran parte realizzato con materiali naturali e riciclabili nonché reperibili sul territorio. L’interno del bivacco è monomatericamente organizzato come una stanza di legno, di un abete economico e proveniente direttamente dal fondovalle, che rende l’interno luminoso, semplice, profumato e caldo.

L’esterno invece è di un nero enigmatico, raggiunto attraverso una finitura realizzata con una doppia applicazione di membrana bituminosa, una soluzione che, oltre a rendere il bivacco molto visibile e riconoscibile in inverno, permette di accentuare la differenza di atmosfera con l’interno caldo in legno e costituisce l’ennesimo tributo alla semplicità e razionalità delle buone costruzioni di alta montagna. All’esterno infatti non trova spazio nessun rivestimento applicato, nessun elemento decorativo, solo la economica e resistente membrana che diventa materia inattesa, con parti lucide nelle giunture e parti più opache tra di esse, schietta e durevole, muta e rispettosa della bellezza del paesaggio.

I materiali, il loro modo di usarli e le modalità di montaggio, sono stati scelti non tanto in ossequio a modalità edificatorie cosiddette tradizionali che costituirebbero un reale tradimento della tradizione stessa ma cercando di seguire i solco della tradizione ormai più che bicentenaria dell’edificazione dei bivacchi alpinistici che ha sempre inseguito obiettivi di semplicità costruttiva, velocità realizzativa, razionalità dell’uso delle risorse, durabilità, basso costo e una forte propensione all’innovazione tecnologica.

credits

architects: Stefano Banfi, Mauro Marinelli, Simone Marmori  |  collaborator: Leonardo Chironi  |  client: Auronzo di Cadore  |  status: Competition (2015)  |  location: Auronzo di Cadore, Italy  |  climate: Humid subtropical, Temperate  |  material: wood  |  environment: Mountain  |  structural engineer: Federico Genetti  |  visualizer: Studio  |  scale: extrasmall  |  types: cabin, microarchitecture  |  views: 4.210